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La Casa del contadino
La casa del contadino era modesta: una stanza a pian terreno,
coperta solo di tegole, con largo uscio e una o due finestre nella facciata. All’interno c’era una specie di solaio in muratura che
occupava solo il terzo posteriore dell’abitazione, su cui si saliva, per lo
più, con una scala a pioli. Esso era destinato in parte a granaio e in parte a
pagliera (paglialora). In un’alcova c’era il letto dei genitori. Al lattante la
madre preparava la «culla» (naca) fra due corde vicino al suo letto. I figli
più grandicelli dormivano in un camerino. Ai due lati della porta che dava nella strada e addossati
agli angoli si trovavano da un lato il forno e il fornello a legna (cufularu),
dall’altro la mangiatoia per le bestie da soma. Gli utensili da cucina venivano conservati in un armadietto
incassato nella parete ed erano di legno (mestoli, schiumarole, ecc.) e di
coccio (piatti, boccali, pentole). Pendenti dal muro o appoggiati ad esso c’erano
la gramola (sbrija) e la tavola da spianare (scanaturi), per fare il pane e la
pasta, e tutti gli strumenti e gli attrezzi campestri che nei vari lavori dell’anno
servivano al contadino. Pochi i mobili: una cassa per la biancheria, alcune sedie
rustiche, un tavolo (buffetta) col cassetto contenente le posate di ferro; in
alcune case c’erano anche un armadio e un cassettone (cantaranu).
Il contadino al lavoro
Prima dell’alba il contadino era già in piedi. Metteva in
spalla le bisacce (viertuli), poi, sopra, lo zappone (zappidduni) o la zappa (zappudda) e via verso «l’antu».
L’antu era il luogo dove i contadini si recavano a zappare
e insieme quella linea obliqua che essi formavano zappando in fila l’uno
accanto all’altro.
Aratura e semina
(Lavurari e siminari)
Presa la semente, i contadini si recavano alle tenute, dove già l’aratore
aveva aggiogato all’aratro le mule. All’inizio del giorno il lavoro cominciava. L’aratore
tracciava i primi solchi, dividendo tutto il campo da seminare in tante strisce,
in senso trasversale. L’uomo destinato a spargere i semi,
prendendo con la destra pugni di grano dalla bisaccia che portava in collo o dalla sporta (coffa), che teneva infilata al braccio
sinistro, lo andava spargendo entro i solchi, lanciandolo a semicerchio obliquo:
ad ogni passo spandeva un pugno di grano. Intanto l’aratro andava aprendo per traverso le zolle entro
il solco, seguito dagli uomini che con la zappa andavano rompendo le zolle dure
(timpuna) e ricoprendo completamente il grano sparso. La semina non si
interrompeva finchè non era compiuta, perciò i contadini restavano a dormire
tutte le sere nel caseggiato o nella cascina (pagliaru) della masseria, anche le
domeniche.
La mietitura e la trebbiatura
(Metiri e pisari)
I primi di giugno i contadini, a frotte, si recavano nei
campi, dove biondeggiavano le messi, e iniziavano la mietitura. Al braccio
destro portavano la falce (faci) e al polso sinistro un manicotto di cuoio
(bracciali) o un fazzoletto attorcigliato; adattati alle dita, mignolo, anulare
e medio sinistro, tre ditali di canna (canneddi) o di cuoio, per evitare che,
accidentalmente, potessero ferirsi con la falce. Ogni mietitore afferrava al gambo una manata di spighe e,
falciatala, l’annodava alla base, attorcigliando un fascetto dei culmi. Ogni
tre manate formavano un manipolo. I manipoli venivano «maritati», cioè
disposti in modo che tutti i gambi corrispondessero al centro e le spighe ai due
estremi, e legati con una «lama», formando così i covoni (gregni). Ogni
covone risultava formato da dieci manipoli; venti covoni costituivano un mazzo
di «gregni»; cinquanta mazzi «un migliaru». I covoni venivano caricati, a gruppi di sei, su una bestia da
soma in appositi aggeggi (strauliddi) o sulla treggia (straula) e trasportati al
posto dell’aia (aria) a formare la bica (timogna). Quando tutti i covoni erano stati trasportati, il padrone
dava il permesso alle spigolatrici (spicalori) di entrare nel campo per
raccogliere le spighe rimaste (viscugliari). Nel pomeriggio queste donne, con
una mazza, battevano le spighe raccolte e poi le spulavano (spagliari)
servendosi delle mani giunte per ventilabro, prima che cadesse il vento.
La trebbiatura
(pisari)
I fasci di spighe, tolti alla bica, venivano scomposti,
sparsi nell’aia e fatti asciugare per due ore circa. Verso le dieci/undici si
cominciava a battere l’aiata a mule appaiate. Un contadino stava al centro
dell’aia e, reggendo le redini, incessantemente agitava la sferza (‘zzotta),
correndo dietro alla coppia, che si faceva girare in tondo, sempre di trotto (pisari), gli altri lavoratori stavano attorno e con il forcone
(tradenta)
riaccostavano all’aia le spighe. Dopo una buona ora di lavoro, mentre si facevano riposare le
mule, veniva rivoltata l’aiata (vuntari l’aria) affinchè rimanesse tutta
ugualmente battuta e non rimanessero granelli dentro le lolle. Infine i
contadini si mettevano a spagliare prima che cadesse il vento.
La vendemmia
Nella vendemmia tutti trovavano lavoro, anche le donne, e, di
solito, un’intera famiglia andava insieme e formava un’unica comitiva; o
questa era formata da persone tutte del vicinato o amiche. Diverse comitive
costituivano la «ciurma». Gli arnesi necessari erano una cesta e un coltello. Per ogni
otto che vendenimiavano c’era un trasportatore a spalla, il quale raccoglieva
l’uva vendemmiata in un gran corbello e poi andava a deporlo nel palmento (parmientu), dove c erano i pigiatori che pestavano l’uva con i piedi nudi e
ne rimescolavano più volte la massa fino a ridurre i grappoli alla voluta
pigiatura.
La raccolta delle olive
Finita la vendemmia, si cominciava la raccolta delle olive e
a questo lavoro partecipavano anche le donne. Un abbacchiatore (scutulaturi)
faceva cadere le olive cori una verga di ailanto (summaccu) e una «ciurma» di
sei/otto donne era addetta alla raccolta. L’olio veniva estratto nel frantoio
(trappitu).
La raccolta delle mandorle
Era simile a quella delle olive. Cominciava dopo ferragosto,
perchè proprio in questo periodo l’umidità (muddura) fa aprire il mallo. C’erano
degli uomini che abbacchiavano le mandorle con lunghe canne (scutulatura) e
delle donne che le raccoglievano. Altre erano addette a sgusciarle (scricchiari). Le mandorle, poi, venivano sparse nell’aia ad asciugare. I
malli venivano utilizzati per fare «scebba» (ceneraccio) che serviva come
detersivo.
Antiche misure agricole siciliane, ormai abolite
Salma, tomolo, mondello, (sarma, tumminu e
munnieddu).
I termini sopra detti, ancora di largo uso a Naro e in
Sicilia, difficilmente farebbero pensare al loro impiego originariamente
funerario. Questi termini, indicanti le misure di superficie agraria,
esprimono, infatti, il concetto di una superficie proporzionale al valore di una
tomba, più o meno importante. La parola «tomolo» indica la copertura fatta sopra un
cadavere (tumulo, tumulare); così pure la parola «mondello» (munzieddu) si
presta benissimo ad indicare una tomba di più modesta importanza e, sotto l’aspetto
agricolo, esattamente un quarto di tomolo. La parola salma (dal greco «soma»
corpo, cadavere), di conseguenza indica la sepoltura di un illustre estinto. La superficie
indicata da questa misura è di ben 16 (sedici) tomoli. Nel siciliano antico esisteva un sottomultiplo, altrettanto
funerario, del «mondello»: la «crozza» (teschio), che equivaleva alla quarta
parte di esso e che indicava quella che oggi si direbbe una fazzolettata di
terra. (Oggi per «crozza» si intende un terreno privo di vegetazione, non
dissodato). I termini «tumminu» e «munnieddu» sono usati anche per
indicare due unità di misura degli aridi (anch’esse abolite), contenenti
quantità di cereali, sufficienti per la semina, rispettivamente di un
«tomolo» e di un «mondello» di terra coltivata.
I lavori domestici della Massaia
- La panificazione
La farina veniva passata due volte al setaccio
(crivu di
sita). La prima volta si separava la crusca (caniglia) dalla farina, la seconda
volta si separava la sanza, destinata ai pulcini o alla manipolazione di pani
per i cani (canigliuotti), dal fior di farina con cui si confezionava il pane. Il lievito
(criscenti), che si conservava avvolto in una
foglia di fico, perchè non indurisse, si scioglieva in acqua tiepida e sale e
si versava nella madia (maidda) dove era stata posta la farina. La pasta si
manipolava, comprimendola con i pugni (caddiari); successivamente si disponeva
nella gramola (sbriga), simile ad una figura femminile ritagliata sulla tavola.
Sulla parte estrema della «sbriga», tra due tavolette parallele, era disposto
un pistone (sbriguni) che un rocchetto di legno teneva incavicchiata, mentre l’altra
estremità veniva alzata e abbassata sulla pasta che una donna, seduta sullo
spigolo della gramola, sollevava e rigirava, quando il pistone veniva rialzato.
Quando la pasta era adeguatamente raffinata, si tagliava in pezzi per ricavarne
le varie forme (panuzzieddi): di forma rotonda (guastidduzzi) e «chichirieddi»
simili alla testa di un gallo. Talvolta si cospargeva il pane con semi di sesamo
«ncinciulena», o con uovo battuto e semi di papavero (paparina): il pane delle
feste. Quindi si faceva lievitare sul letto, coprendolo con coperte. Quando il
pane veniva infornato nello stesso forno da più famiglie, si contrassegnavano i
singoli pani, per poterli distinguere, con un coltello o con la punta di una
forchetta. Con la pasta residua si preparavano, poi, dei pani espressamente per
i bambini (pupiddi). In occasione della Pasqua si preparavano per i bambini dei
cestini, contenenti uno o due uova, detti «cannilera». Per la festa dell’Immacolata
si preparano invece i «muffuletta», pani morbidi e rotondi con semi di anice.
Cottura del pane
Mentre il pane lievitava, si preparava la brace con rami
secchi (famiari). Questa veniva spostata in continuazione per scaldare
uniformemente il forno (cataniari). Quando si era raggiunto il giusto calore, si
puliva la base del forno con una scopa di «curina» (cerfoglione) bagnata.
Quindi si inf ornava il pane con una pala di legno e si segnava col pollice una
crocetta sul coperchio del forno per propiziarne la riuscita.
La ricotta
In un pentolone di rame (ramu
stagnatu), al siero rimasto
dopo aver confezionato il formaggio, si aggiungeva latte e si rimetteva sul
fuoco mescolando. Quando la ricotta cominciava a galleggiare, con una grande
schiumarola si raccoglieva e si metteva nelle fiscelle (vasceddi, fisceddi) per
farla scolare, o nei «cavagni».
La filatura a mano
Secondo un’antica leggenda, una tale Berta sarebbe stata la
prima a filare e la prima a tessere. Divenuta regina, sarebbe nato per lei il noto proverbio:
«finieru i tempi ca Berta filava» (sono finiti i tempi in cui Berta filava).
In effetti il primo e il più antico compito della donna dovette essere quello
di filare. La filatura a mano avveniva in questo modo: con una mano si
teneva un bastone, chiamato rocca o conocchia, su cui erano poste le fibre
(lino, lana ecc.), con l’altra se ne otteneva un nastro fioccoso unendone l’estremo
al fuso. Questo veniva fatto ruotare come una trottola, in modo da attorcigliare
il nastro. Il filo ottenuto veniva avvolto attorno al fuso e l’operazione
ricominciava.
La filatura con l’arcolaio
La filatrice, prima di iniziare il lavoro, faceva con le mani
un piccolo filo che, passando attraverso un uncino, veniva legato al rocchetto.
La filatrice pigiava il pedale e guidava le fibre verso il filatoio; l’aletta
si metteva in movimento dando una torsione al filo ad ogni giro e avvolgendolo
nel rocchetto che girava a velocità. Quando la cima del rocchetto era piena, la filatrice spostava
il filo nel secondo uncino e così via. Quando la bobina era piena veniva
smontata dal fuso.
La tessitura col telaio a mano
(tularu)
Tra due sbarre di legno, fissate orizzontalmente, era teso l’ordito,
i cui fili venivano divaricati (i pari verso l’alto e i dispari verso il
basso) da un sistema di bacchette, così da creare il varco per il passaggio
della trama.Ordito e tessuto erano avvolti intorno ad appositi rulli
girevoli, i subbi (dal latino insubulum): uno vicino alla tessitrice, sul quale
si avvolgeva il tessuto col procedere della lavorazione, mentre dall’altro si
andavano svolgendo i fili dell’ordito, divaricati a serie alterne da
particolari dispositivi, i licci (dal latino liccium), per far passare la
navetta, contenente la trama avvolta sulla spola, che veniva lanciata a mano
attraverso i fili di ordito. I licci venivano azionati dalla tessitrice, per
mezzo di pedali (pidacchi).
Descrizione
utensili
ARATRU = aratro (di ferro) - Attrezzo per arare la terra composto di varie parti: 1) una
sbarra metallica detta «vommaru» (vomere); 2) il versoio; 3) il manico per
spingere (stiva); 4) la bure (stanga per collegare gli organi lavoranti al
giogo o alla bestia che portava sul dorso una speciale sella di ferro (sidduni).
ARATRO DI LEGNO - Formato dal vomere munito di manico, da una o due lunghe
stanghe che si collegavano al giogo o a speciali selle di legno per mezzo di
corde.
ARCOLAIO (animulu) - Formato di aste di canne o di legno a zig zag o diritte,
girevole sopra un’asse fissata ad un piede di legno o di pietra pesante.
Serviva per svolgere la matassa e fare gomitoli.
ARCOLAIO O FILARELLO A PEDALE - Ruota per filare con fuso ed aletta, inventata verso il
1400. Permette la filatura continua, perchè il filo si avvolge
automaticamente sul rocchetto. Il fuso è un’asta metallica, dove sono
fissate una puleggia (ruota scanalata) e un’aletta a forma di U; sul fuso è
infilato anche un rocchetto, munito di puleggia propria, che può ruotare
liberamente. Le due pulegge hanno diametro diverso e sono mosse da una doppia
corda, comandata dalla ruota grande.
ASPO - Strumento per avvolgere la matassa.
BRACERA = braciere - Largo e basso vaso di rame con due manici, dove si poneva
il fuoco per scaldare. A volte si usava un treppiedi di ferro battuto per
tenerlo sollevato da terra.
BUMMULU = anfora - Vaso di terracotta con la bocca stretta, panciuto, con due
manici. Conteneva otto/dieci litri di acqua.
BURNIA = barattolo - Vaso di terracotta invetriata, usato per conservare olive,
pomodori secchi (cchiappi), concentrato di pomodoro (astrattu).
BUSU = fuso - Arnese di legno, panciuto nella parte mediana e
gradatamente assottigliato alle due estremità, usato nella filatura della
lana.
CAFISU - Vaso metallico di misura d’olio, con due manici. Aveva
diversa capacità secondo le varie località in cui si adoperava. A Naro era
uguale a 8 litri, a Palermo, ad esempio, aveva una capienza di 16 litri.
CANCIEDDI - Quattro arnesi di ferro collegati con due catene
incrociate. Servivano per contenere e trasportare, caricati sul basto delle
bestie da soma, brocche piene d’acqua.
CANNATA = boccale - Vaso di terracotta invetriata con un manico e un beccuccio
detto «viccicu».
CANNIZZU = silos Grande recipiente intrecciato di canne, a forma di cilindro, che arrivava
fin quasi al soffitto. Serviva per conservarvi il grano, che si prelevava
per mezzo di uno sportellino.
CAPISTRU = cavezzone - Robusta cavezza provvista nella parte anteriore di una seghetta usata per
frenare i cavalli o altre bestie da soma particolarmente vivaci.
CAPIZZUNI = cavezza - Arnese di cuoio che si allaccia per mezzo di corde o catene al naso dei
cavalli per maneggiarli.
CAVAGNU = fiscolo, cavagno - Formato di foglie di asfodelo
(purrazzi) legate alle due estremità, o di
vimini; servivano per contenere piccole quantità di ricotta.
CHINOCCHIA = conocchia, rocca - Strumento per filare a mano, formato da un’asta di legno rigonfia nella
parte alta, dove si avvolgeva il pennacchio di lino o di lana, che si andava
traendo per mezzo del fuso.
CIRCU = scaldaletto, trabiccolo - Arnese fatto a cupola con stecche di legno, dove si appendeva uno
scaldino col fuoco per riscaldare il letto o per asciugare la biancheria.
COFFA = sporta - Tipo di borsa piuttosto capace, tessuta di foglie di palme
(giummarri).
CRIVU DI SITA = setaccio, buratto - Arnese di forma circolare dal bordo di legno molto rilevato e col fondo
fatto di una reticella molto fitta e sottile di seta. Serviva per separare
la crusca dalla farina. Il termine dialettale deriva dal latino cribum =
setaccio.
CRIVU D’UOCCHIU = vaglio - Setaccio col fondo bucherellato, di lamiera o di cuoio, usato per
separare frumento, legumi ecc. dalle materie eterogenee (pietruzze o altro).
CRIVU D’ARIA = vaglio per aia - Setaccio avente come fondo una rete metallica a maglie non troppo larghe.
Sospeso per mezzo di corde e fatto oscillare, serviva per separare il grano
dalla paglia.
CRUOCCU = uncino - Strumento, munito di un lungo manico di legno avente una lama di ferro
rettangolare, che terminava con un uncino, il quale serviva per abbassare i
rami alti degli alberi da potare.
CUFINU = corbello - Gesto intessuto di vimini, a forma di tronco di cono, con due manici
laterali. Serviva per contenere mandorle, olive, uva, fave ecc.
CUOPPU - Arnese di latta, munito di un lungo manico che serviva per raccogliere i
fichidindia.
DAMIGIANA - Grande vaso di vetro spesso, che ha la forma di un grosso fiasco, rivestito
di vimini. Usato per contenere vino e olio.
FACI = falce - Strumento munito di un’impugnatura di legno e di una lama metallica,
fortemente arcuata ed affilata all’interno.Era usata nella mietitura a mano.
FANGUOTTU = fangotto - Piatto rotondo grande e molto fondo. Se era ovale veniva detto
«spirlonga».
FISCINI = cesti - Il termine deriva dal latino «fiscina» diminuitivo di fiscus = cesto. Due
grossi cesti intessuti di vimini con due manici vicini, attraverso cui
passavano dei bastoni tondi. Si legavano tra loro con delle corde e caricati
sul bastone servivano per trasportare pomodori (capacità 30 Kg.), oppure
cipolle ecc.
FURCALI = forcone - Strumento agricolo con manico di legno e con quattro o più denti di ferro,
per raccogliere gli escrementi degli animali, la paglia ecc.
GIARRA = giara - Grande vaso di terracotta invetriata all’interno, per tenervi olio,
acqua, vino ecc.
LEMMU = catino - Vaso fondo di terracotta vetrificata all’interno. Serviva per lavare
stoviglie, contenere qualcosa ecc.
MACCHINA PER FARE LA PASTA - All’estremità di un piccolo tavolo c’era un torchietto di ferro,
munito di una grossa vite, facendo girare la quale, uscivano, attraverso varie
piastre bucherellate, diverse forme di pasta.
MAIDDA = madia - Utensile di legno di forma rettangolare, con le sponde lievemente
inclinate. Serviva per impastare il pane.
MAZZA - Bastone di legno, usato per battere le spighe. Il termine indica anche il
ferro lungo due braccia con cui si girava la vite del torchio.
MUNNIEDDU = mondello - Recipiènte di legno simile al tomolo, ma di dimensioni più piccole (era
la quarta parte). Anch’esso serviva per misurare gli aridi; la sua capienza
era di litri quattro.
NACA = culla, amaca - Tra due corde, sospese e legate a due anelli, si sistemava una robusta
tela, in modo da formare un piccolo letto per dondolare il neonato.
NAVETTA - Chiamata cosi perchè la sua forma ricorda quella di una nave. Conteneva la
spola, su cui si avvolgeva il filo.
PALA - Arnese interamente di legno costituito da una specie di piatto largo con la
base retta e da un lungo manico. Serviva per muovere o ammucchiare biade. Pala da forno: più sottile. Serviva per infornare il pane.
PALETTA - Piccola pala di legno per prendere la brace.
PANARU = paniere - Gesto intessuto di vimini o di canne e rami di ulivo, con un solo manico
ricurvo che permette di appenderlo a un braccio, a un ramo ecc. Si usava per
le uova, per la frutta ecc.
PITTURALI = pettorale - Ginghia di cuoio con due fibbie laterali. Si metteva al petto della mula
per collegare l’aratro.
QUARTA - Della stessa forma del mondello, di cui era la quarta parte, come misura.
QUARTARA = brocca - Vaso di terracotta, alto, non molto panciuto, con manici o senza.
Il termine deriva da quarta, cioè la quarta parte del barile, ma rimase
come nome del vaso e non della misura.
RAMAZZA - Lunga scopa fatta di rami secchi (cudi di surci) legati con il filo di
ferro.
RASA - Piccolo bastone che si usava per levare il colmo alle misure di capacità
degli aridi.
RASTREDDU = rastrello - Arnese, con lungo manico di legno, che ha all’estremità un’asta
trasversale di ferro con denti (rebbi), atti a raccogliere o ammucchiare
fieno, paglia ecc.
RUNCA = roncola - Strumento col manico di legno e la lama di ferro, ricurva come una piccola
falce. Serviva per tagliare le parti inutili delle piante.
SAGNATURI (lasagnaturi) matterello - Bastone tondo per spianare la pasta.
SBRIJA (sbriga) = gramola - Simile ad una figura femminile ritagliata nella tavola, con due sponde o
senza. Sulla parte estrema, fra due tavolette è disposto un pistone detto
sbrijuni, che un rocchetto tiene incavicchiato, mentre l’altra estremità è
libera e serviva per alzarla e abbassarla sulla pasta.
SCANATURI = spianatoia - Asse di legno, di forma quadrata o rettangolare, con quattro piccole
sponde. Serviva per impastare piccole quantità di pane o per spianare la
pasta per le lasagne.
SCUPA di CURINA o di DDISA = scopa di cerfuglione o di ampelo-desma
Fatta di fili d’erba che, legati prima a gruppetti e poi insieme, formano
una corona attorno al «buco» in cui viene inserito il manico della scopa.
SERRA = sega - Il termine dialettale deriva dal latino serra.
Strumento costituito da una robusta lama dentata e da un
telaio di legno e corda.
SIRRACULU = seghetto - Arnese col manico di legno ricurvo e la lama munita di
una piccola sega.
STRAULIDDI (diminuitivo di «Straula») treggia. - Due arnesi di legno uguali, collegati per mezzo di corde.
Si caricavano sulle bestie da soma e servivano per trasportare covoni,
legna, fieno.
TANCINU = scaldino - Vaso di rame con due manici incrociati ed un anello per
sospenderlo. Riempito di brace, ottenuta con carbone minuto («cinisi», «ginisi»), serviva per riscaldarsi.
TANNURA - Vaso di coccio per tenervi la brace. Serviva per
scaldarsi. Il termine deriva dall’ebraico Tannur = fornace.
TRADENTA = tridente - Grossa forca con tre denti, che si chiamano rebbi come
quelli della forchetta, del rastrello.
TULARU = telaio a mano - Macchina di legno per tessere la
tela.Le varie parti sono: l’incastellatura e gli organi
lavoranti: i subbi, i licci, il pettine e la navetta.
TUMMARIEDDI O PALUMMEDDI = girelle - Pezzetti di legno ai quali erano attaccati i licci.
Sospesi ad una canna, posta attraverso dei braccioli, permettevano ai licci
di salire e scendere secondo il movimento delle calcole (pedali), in
dialetto «pidacchi»
TUMMINU = tomolo - Recipiente di legno cilindrico col fondo di legno e l’impugnatura
di ferro. Antica misura degli aridi (cereali) pari a litri 17. Conteneva 16
Kg. di grano o 12 Kg. di fave o 18 di lupinella.
TUORCIU = torchio (di legno) - Macchina costituita da un tino e da una lunga e grossa
vite di legno, munita di due fori, attraverso i quali si facevano passare
due «pali» che servivano per fare girare la vite, la quale faceva
abbassare una piastra di gesso, che spremeva le vinacce contenute in cesti
intrecciati di agave («zarbarinu»). Il torchio di fabbricazione più
recente (e ancora in uso) ha gli ingranaggi di ferro ed è più complicato.
VARRILI = barile - Vaso di legno a doghe per contenere vino o altro.
VASCEDDA (FASCEDDA) = fiscella - Cestello di vimini usato per far scolare il siero dalla
ricotta fresca. Il termine italiano deriva dal latino fiscella diminuitivo
di fiscus.
VIERTULI = grandi bisacce - Il termine dialettale deriva dal latino verto = rivolto. Infatti ~sono due
tasche unite, di tela grezza e lana tessute al telaio a mano, più grandi
delle bisacce, che si rivoltavano sull’arcione.
VISAZZI = bisacce - Dal latino tardo: bisaccium = due sacchi.Due grandi tasche di tela attaccate. Si riempivano di roba e si portavano a
contrappeso sulle spalle o si caricavano sulle bestie da soma.
VIVITURIEDDU = beverino - Vasetto di coccio panciuto, con la bocca stretta, munito di fori
triangolari, dove si metteva l’acqua per fare bere gli uccelli.
ZAPPIDDUNI = zappone - Strumento simile alla zappa, ma con la lama più piatta e più corta
fissata ad un grosso manico di legno (marruggiu).
ZAPPUDDA = zappa - Strumento che serve per sarchiare la terra. Ha una lama di ferro fissata
perpendicolarmente su un manico di legno.
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